C'è una grande fotografia nella portineria operai alla Lucchini, che introduce al grande stabilimento in bilico. Una bambina sulle spalle di un lavoratore, non necessariamente suo padre. Sguardi puntati sull'orizzonte che una volta si chiamava futuro. Una bimba poggiata sulle spalle di un gigante che nel '900 è cresciuto battendosi per sè e per gli altri nei luoghi della produzione, estendendo le proprie conquiste come lavoratore e dunque come cittadino, inverando il dettato che apre la Costituzione.
Acquisendo status e favorendo la mobilità sociale, facendo studiare i figli, accumulando saperi specifici, cultura e appartenenza, immergendo la dimensione individuale nella costruzione di consapevolezze collettive. Quel gigante, quella civiltà del lavoro che nei grandi impianti produttivi ha trasformato città come Piombino da posti in luoghi, che accanto alla ricchezza materiale ne ha generato per anni una immateriale e irriproducibile, il capitale umano e relazionale di un territorio intero, si è scoperto in questo tempo i piedi d'argilla ed è sceso in piazza. Ha una fiaccola accesa in mano, chiede nuovo spazio, dignità, certezze.
Ha lo sguardo atterrito, la voce flebile di un precario o quella inquieta e ancora non adulta di uno studente. Quella bimba è diventata quel precario e quello studente, non riesce a scendere da quelle spalle per inseguire quello che ha visto e imparato da lassù.
C'è qualcosa di malato in questo Paese che da tempo ha smarrito il gusto di immaginarsi nel suo domani, perso nell'assenza di ambizioni forti e nel suo stare perennemente in trincea. Quello della difesa dell'occupazione e della tenuta dei presidii produttivi non è tema che si possa recingere in riflessi di ordine ideologico, che pure ci sono e non vanno trascurati (abbiamo pagato e paghiamo un prezzo grave ai cedimenti populistico-demagogici e al neoliberismo tecnocratico): è questione che afferisce alla biografia di una comunità nazionale, al ruolo che essa decide di avere in Europa e nel mondo, alla ridefinizione di quel patto fra produttori che ha reso l'Italia un Paese protagonista, che ha estratto generazioni di italiani dalla povertà e dall'incultura, che ha reso possibile ai figli rendere orgogliosi i padri.
Serve una nuova generazione di politiche industriali che, fuori dall'assistenzialismo e distanti da un approccio conservatore e puramente difensivo, rigenerino le ragioni della produzione manifatturiera in Italia. La mia opinione è che lo si debba fare con il peso di un'impostazione, promuovendo politiche selettive e orientate all'innovazione e al trasferimento tecnologico, affermando nuovi paradigmi ambientali nella relazione fra produzione (specie nel caso dell'industria pesante) e territori, ponendo la sicurezza di chi lavora come bastione culturale irrinunciabile e puntando sulle specificità competitive dei territori, come quelli portuali, favorendo concreti e tangibili processi di connessione infrastrutturale, bonifica e riuso delle aree disponibili e con ciò tutelando coste, colline, aree agricole da modelli di sviluppo non desiderabili.
Ecco perché a Piombino sta andando in scena una vicenda delicatissima e simbolica. In gioco sono non solo le prospettive di un polo produttivo di primaria importanza nel contesto non solo nazionale, ma questioni di ordine strategico e politico come l'equilibrio fra il ruolo della finanza e quello dell'industria, del lavoro e dunque dell'economia reale nel futuro del nostro Paese.
Da come si sciogliera' il nodo Piombino, anche per le implicazioni di ordine ambientale e territoriale della questione, si potranno avere utili indicazioni sul peso che le politiche industriali e di innovazione territoriale avranno nell'Italia che viene. Per questo continuiamo ad invocare una presenza dello Stato in Lucchini: per affrontare con politiche pubbliche organiche anche le vicende di Magona, Dalmine, ENEL, delle imprese dell'indotto, del porto e dell'infrastrutturazione e bonifica del territorio dentro un'idea progettuale complessiva.
Le nostre aziende sono un patrimonio collettivo, non un asset patrimoniale nè un ingombro da liquidare; al contrario esse possono essere il perno intorno al quale costruire un modello di sviluppo sostenibile e per questo duraturo, nel quale si rafforzino turismo, commercio e artigianato, agricoltura di pregio. Per concretizzare questo servono progettualità, lungimiranza e risorse. E' necessario che ci si creda come ci crediamo noi, come sono pronte a crederci quelle tante luci che ogni giorno nelle case, nelle aziende e nelle piazze, provano a sconfiggere il buio.
Gianni Anselmi- Sindaco di Piombino